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Migliorare al pianoforte: impariamo dal passato

Si può dire che ormai il mondo musicale sia diviso in due grandi “religioni”:

  • Chi è favorevole al progresso e l’aiuto che la tecnologia può offrire alla musica.
  • Chi è contrario, in un certo senso “tradizionalista”, e crede che smartphone e computer siano solo una grandissima distrazione.

A prescindere dalla categoria alla quale fieramente appartieni, vorrei condividere con te un punto di vista più ampio e positivo che possa abbracciare la modernità senza dimenticare il passato che riservava dei valori andati quasi persi.

Fino alla fine degli anni ’80 la vita si viveva con più calma. La quotidianità era meno frenetica e il tempo di attenzione che tutti dedicavano alle loro attività era decisamente più lungo.

Mi è capitato più di una volta di sentire racconti di questo tipo:

“Ai miei tempi se compravi un disco lo consumavi prima di prenderne un altro…”

“Ai miei tempi si imparava a memoria ogni brano del disco…”

“Ai miei tempi tra musicisti si faceva a gara a chi cambiava più testine del giradischi…”

“Ai miei tempi rallentavamo il disco per imparare i pezzi, ma cambiava la tonalità e quindi ci toccava impararlo in due tonalità! Quella si che era scuola!”

Potrei andare avanti con decine di esempi. Ma dietro queste frasi nostalgiche si nasconde un insegnamento fondamentale:

Bisogna studiare una singola porzione di informazioni, guardarla da ogni punto di vista e osservarne i dettagli con la lente di ingrandimento finché questa non fa completamente parte di noi.

Ecco la prima cosa che è andata persa con l’esplosione tecnologica avvenuta negli ultimi vent’anni.

Internet può infatti essere sia una benedizione che una maledizione. Si può accedere istantaneamente a informazioni che una volta erano davvero irreperibili e soprattutto possiamo avere una quantità infinita di materiale con un click… Materiale che potrebbe non bastare una vita per assimilarlo tutto.

come-migliorare-al-pianoforte-grazie-agli-insegnamenti-del-passato

Ti racconto cosa mi è capitato qualche anno fa:

Dopo aver scoperto il sito www.scribd.com mi si sono illuminati gli occhi. Con l’account gratuito avevo 30 giorni di prova per accedere a tutti i documenti che volevo… Sbav…

Ho passato un’ora a scaricare spartiti, trattati di improvvisazione, armonia, teoria e chi più ne ha più ne metta. Sono riuscito a scaricare 3gb di documenti: una raccolta di cui vado molto fiero.

Una volta finito però avevo stampata sugli occhi questa frase:

“E adesso?”

Credo che se avessi anche solo voluto leggere tutti quei documenti, ci avrei messo una decina d’anni. Ecco l’errore fatale: troppe informazioni, nessuna selezione. Eppure era tutto li, mio, e a disposizione.

Mai come quel giorno avrei voluto essere in Matrix e caricarmi tutti quei file nel cervello con un dischetto.

Il risultato: un blocco totale che è durato qualche giorno. Procrastinazione gratuita e 28 giorni trial restanti di Scribd (misero contentino).

Poi ho visto questo video:

Dopo aver sentito questa frase dal grande Bill Evans ho capito.

Non puoi prendere il tutto e affrontarlo in maniera approssimativa dando l’impressione di aver “toccato” un po’ di tutto.

Bill Evans ci spinge a limitare il nostro studio e la nostra esecuzione a una piccola porzione di informazioni e approfondirla fino a renderla parte di noi.

Allora decisi di analizzarmi e scoprire cosa dovevo veramente migliorare.

È stato stupefacente scoprire come gli “argomenti” che dovevo affrontare fossero così “semplici”.

  • Non scale fantascientifiche: le scale maggiori.
  • Non poliritmi africani: il semplice 4/4 a tempo.
  • Non i voicing a 10 voci: le triadi.
  • Non l’improvvisazione: il tema.
  • Non sostituzioni armoniche paranormali: gli accordi scritti sullo spartito nella posizione più semplice
  • Non tutto il brano di millenovecentovendiciotto pagine: una battuta (se non mezza).

E chi più ne ha più ne metta.

Il 90% delle volte sono i fondamentali che “ci fregano”. Quegli aspetti che diamo per scontato, che magari abbiamo studiato anni e anni fa e crediamo di aver assimilato ma non fanno ancora parte di noi.

Mi ricordo ancora quando a 16 anni ho avuto una veloce chiacchierata col direttore della mia scuola di musica che era anche insegnante di chitarra jazz.

Io “Maestro ieri ho provato a trascrivere quell’assolo di Michel Petrucciani ma alla seconda riga mi sono bloccato e dopo due ore ancora non riuscivo ad andare avanti. È normale metterci così tanto tempo? Sono io che sono incapace?”

Un’occhiataccia… Una via di mezzo tra stupore e compassione ed ecco la risposta.

Il maestro: “Ieri? Due ore? Guarda che su una sola battuta ci si può passare una settimana!”

Mi ha lasciato lì, con mille punti di domanda e una frase che all’epoca mi sembrava solamente un’esagerazione.

Eppure è così che studiano i grandi e ne ho avuto la prova anche due anni fa quando ho partecipato ai seminari di “Spezia Jazz” dove ho studiato con il pianista Sam Yael.

Sam in quei giorni è stato incredibile. Pensa che ha dedicato una sola lezione all’argomento “trascrizione”.

L’iter è stato questo:

  • Ascolto della battuta in loop: un quarto d’ora.
  • Canto della melodia: un quarto d’ora.
  • Suonare la melodia: un’ora.

Si esatto, manca la scrittura vera e propria sullo spartito. Questo perché per memorizzare e assimilare alla perfezione il passaggio dovevamo fidarci solo delle nostre orecchie e non di una scrittura che, in fin dei conti, resta sempre un’approssimazione di quello che è stato suonato.

Devo ammettere che è stato snervante e faticoso. Voleva ogni singola nota con la dinamica perfetta, il tempo impeccabile e l’intenzione giusta. Ti posso garantire che non è stato facile ma il risultato finale era strabiliante.

Lavorare così di fino ha tirato fuori lacune che non pensavo di avere e mi ha dato un approccio molto più “professionale allo studio”.

Come vedi tre musicisti professionisti vanno d’amore e d’accordo quando si tratta del giusto approccio allo studio.

D’altronde chi mai contraddirebbe uno genio come Bill Evans? La sua musica è la dimostrazione dell’efficacia del suo metodo.

Segui questa brevissima to do list per scoprire qual è la prima cosa che devi studiare come un vero professionista.

  • Suona un brano qualsiasi tra quelli del tuo repertorio (anche quelli che non hai completato).
  • Fermati al primo minimo errore.
  • Definisci cosa hai sbagliato e scrivilo.
  • Individua l’argomento padre attorno a quell’errore.
  • Studia solo quell’argomento.

L’autoanalisi è alla base dell’apprendimento. Lo scopo di un insegnante è appunto quello di individuare gli errori dell’allievo per indirizzarlo verso la strada giusta.

Bisogna però imparare a diventare “maestri di sé stessi” per poter progredire più velocemente.


Ti faccio qualche esempio.

Caso #1: brano classico, quindi interamente scritto.

Facciamo finta che alla terza battuta di questo brano che suoni da anni sbagli un piccolo passaggio con un arpeggio.

Non farti ingannare da pensieri tipo “L’ho sempre suonato bene quindi in realtà mi sono distratto.”

Soluzione: studia per qualche giorno gli arpeggi simili a quel passaggio. Poi dedicati solamente a quel passaggio finché non ti riuscirà sempre bene.

Caso #2: brano jazz con improvvisazione.

L’hai suonato diecimila volte, ma ad un certo punto blackout! La mano sinistra sbaglia due accordi. La triste verità è che non hai davvero assimilato l’armonia del brano.

Fermati e ripassa l’armonia.

Prenditi qualche giorno per cantare e suonare i bassi e gli arpeggi di tutta l’armonia del pezzo.

Suona voicing semplici con la fondamentale al basso per memorizzare le progressioni armoniche.

 

 

Per riassumere qual è il segreto dei professionisti:

K.I.S.S.: “SEMPLIFICA, SEMPLIFICA e SEMPLIFICA”

metodo segreto per migliorare al pianoforte velocemente

Se sfruttiamo la tecnologia nel modo migliore però, essere nati in quest’epoca può essere un grande vantaggio.

 

Tieni a mente la “filosofia” del passato e sfrutta la tecnologia per migliorare più in fretta.

 

In questo articolo

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Buona musica,

Giuseppe di pianosegreto.com

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